EXHIBITION

02 marzo 2019 – 28 marzo 2019

Mytho’s portraits

testo di Michelangelo Giovinale

In mostra opere di

Antonio Ciraci

Luogo: galleria Spazio Vitale arte contemporanea – Aversa (CE) Italy

 

Incipit mostra 

La pittura di Antonio Ciraci affiora dalla manipolazione sapiente di più strati di materie, -già vissute e recuperate- intrise copiosamente di segni del tempoi. Ricami, tessuti forati -piccoli inserti di mistero- celano dietro quinte di garze, un reticolo fitto di trame e orditi. Volti di un immaginario passato da riconvertire, che trattengono verità universali, narrazioni implicite insieme ad altre più esplicite, di quella solidità mitologica  di cui sembra privo il nostro lacerato presente e che scorre via.

 

In testata Aracne di Antonio Ciraci

tecnica mista su tela – cm 50×40

Introduzione alla mostra

Nello spazio sconfinato della cyber gallery, che segna il trionfo dei pixel sulla pittura, si prefigura una nuova visione dell’opera d’arte, che archivia l’interpretazione più classica di manufatto, hic et nunc, espressione di potenza dell’opera di contenere il mondo in un segno, a favore dell’esaltazione di un segno che, al contrario, si risolve nella narrazione di un mondo a sé, con l’effetto di mutare il valore culturale collettivo di un’opera in valore proprio. 

L’avanzare, inoltre, di sistemi tecnologici, algoritmi, intelligenze binarie, a piè sospinto, riduce impercettibilmente lo spazio fra realtà e finzione a favore di un sistema di omogeneizzazione, che non risparmia il mondo dell’arte, in una stagione di eclissi del pensiero filosofico e del senso critico. È il ruolo egemone di primo piano dei media, di educare ad apprendere più che a comprendere, per di più attraverso uno stordimento apatico di tacito consenso e di massimizzazione della nozione stessa di mito che, nell’aggettivo comune di “mitologico”, viene percepito, frequentemente, come qualcosa di vacuo. Vuoto.

Miti moderni privi di visioni dell’io e dell’oltre, che non assolvono più alla funzione di dare senso all’esistenza. Un universo informe, privato di simboli, metafore, eventi della natura, sedotto da fascinazioni che orientano verso un erotismo della personalità, fino alla trasfigurazione da corpo reale a corpo ideale, dove il corpo, nulla più esprime di sé. Un tempo erano le cosmologie, narrazioni di una realtà primigenia di spazio e di tempo, visioni del mondo in grado di orientare l’uomo nella sua partecipazione. Indicatori di comportamento, di verità eterne che hanno regolato la storia e la relazione nel tempo.

Antonio Ciraci sentirà il richiamo dell’area Flegree. Fumi di zolfo e nuvole di cenere alimentano la sua prassi figurativa, fra rocce di tufo giallo che ardono ancora di antichi miti e leggende, che hanno ispirato greci e romani, i canti di Virgilio e Omero. Scruta il misterioso fascino dalla potenza straripante della natura, le ferite telluriche delle eruzioni magmatiche che ne hanno modellato il paesaggio, fra le marine, le dune fertili di filari di viti e ginestre, dove si racconta di giganti sconfitti dagli dei.

Gli anni della sua formazione sono segnati -dopo un primo periodo figurativo- da una ricerca   antropologica che assembla il contenuto dei luoghi, di ciò che resta di antichi segni, di tracce incise dall’umanità nelle relazioni che ancora affiorano nella memoria collettiva. L’artista si nutre del legame con la sua terra, profondamente. Negli anni, sarà questa la cifra distintiva della sua pittura. Scriverà: “è come se gli elementi naturali si coagulassero in un unicum bituminoso”. Sarà inevitabile,  per l’artista il confronto con il rarefarsi dei tempi moderni. 

Una ricerca, dirà poi “che mi rinvia alla sacralità di un linguaggio inteso come elemento evocativo e mediatico”, che maturerà negli anni verso una matrice di natura simbolista, con un pronunciato senso estetico e una vena profondamente poetica. Quel lembo di terra natio lo sente come qualcosa di “viscerale” come un’energia “proveniente dal sottosuolo […] dall’alba delle civiltà”.

Il desiderio di riappropriarsi di segni globali e altri più distintivi di quell’architettura semantica del mondo, segna il suo cammino, errante, si muove come un ago sensibile, fra ricerche di figure antropomorfe e il desiderio di un “nuovo linguaggio universale, […] forse meno strutturato, […] più diretto”. Affioreranno, via via, sempre più nervature di linguaggi ancestrali, dimenticati o volutamente cancellati nell’universo comunicativo moderno. Sono la traccia esistenziale su cui si muove la sua ampia produzione pittorica, ove, gli elementi semantici vengono disposti poeticamente come note su partiture pentagrammate che, l’occhio attento dell’artista sa cogliere, come egli stesso dirà, “a più latitudini del mondo”.

Nel 1987 con “Terra Nigra”, poi nel 1990 con “Percorsi Sinottici”, il lessico pittorico ruota intorno alla presenza di un “seme”. Ancora il recupero di un segno arcaico rapisce la sua attenzione, una rudimentale forma di alfabeto che ha anticipato la primitive forme di scrittura. Ciraci, ancora una volta, prova a contrapporre un’antica matrice comunicativa alla complessità di un linguaggio moderno. 

Dal 2015 il linguaggio espressivo volge -verso un rialzo lirico- nella direzione di un simbolismo puro. Lo sguardo si dilata ulteriormente, su un orizzonte più ampio di una semiotica universale. È il punto di massima di questa stagione, di un cromatismo più irrequieto, avrebbe detto Merleau-Ponty “di ciò che ha colpito, urtato, toccato, l’occhio del pittore” istintivamente. Un bradisismo interiore agita negli anni Ciraci, che dal 2016 intraprende la figurazione di soggetti mitologici nel ciclo di “Mytho’s Portraits” orientando la tavolozza verso la lezione espressionista della luce e del colore.

È un passaggio cruciale, che svela quell’ampio immaginario mitologico di verità eterne che si è sedimentato nel tempo dentro sé, contradicendo, vis à vis, le verità empiriche che mutano di giorno in giorno. 

Sono volti extratemporali, in formato iconico, i ritratti di “Mytho’s Portraits” che affiorano dalla manipolazione sapiente di più strati di materie, -già vissute e recuperate- intrise copiosamente di gesti pittorici. Ricami, tessuti forati -piccoli inserti di mistero- celano il ritratto di “Io” del 2017, dietro quinte di garze di un reticolo fitto di trame e orditi. Volti di un immaginario passato da riconvertire, che trattengono verità universali, narrazioni implicite insieme ad altre più esplicite, di quella solidità mitologica  di cui sembra privo il nostro lacerato presente, che scorre via.

Una rarefazione della superficie pittorica rivela, in alcuni significativi lavori, i volti di “Kaos”, “Phoebus”, “Eos”, “Aracne”. Seducenti enigmatiche cromie, fissano occhi solo vagamente accennati come botole, buchi neri, espressioni acquee. Apparizioni che attirano magneticamente lo sguardo dell’osservatore, immerso nel gioco seduttivo di un incantesimo, come strappato a se stesso. 

È un soffio lento quello di “Sulfurea”del 2016, -il primo ritratto della serie di Mytho’s Portraits- una esalazione fra l’ardere della vita e il fetore della morte. Un’ispirazione non casuale, che darà il via alla produzione dei “ritratti del mito” – e che sarà seguito da “Parthenias” sempre dello stesso anno. 

Un’impronta delicata svela ancora “Aracne”, fra garze, filamenti di iuta, frammenti di stoffe. Resti che Ciraci tesse, ricuce, non solo concettualmente, nel perimetro ristretto dell’icona mitologica. L’opera ha il pregio di un arazzo, la struttura tessile di un antico broccato che trattiene la faccia del mito, imbrigliato com’è, nei filamenti di una ragnatela, che sembra alludere ad una maschera partenopea dalla complessa trama esistenziale.

Nell’agosto del 2012, ancora prima di avviare la produzione dei “ritratti dei miti” Antonio Ciraci scriverà “questi segni della terra si identificano con la mia terra, in cui vivo ed opero […] di cui mi sento e sono figlio […] tracce di storie profonde ma ancora vive e visibili nelle vicende umane passate e presenti”. Ciraci ha piena consapevolezza del suo tempo. La sua ricerca pittorica, seppur pregna di passato, orienta il nostro viaggio nella sua opera, attraversando prepotentemente la contemporaneità, si offre come possibile coordinata alla vita. 

Al netto del bagaglio storico e narrativo, che l’esperienza pittorica di “Mytho’s Portraits” contiene, e alla decennale ricerca artistica, Antonio Ciraci resta un instancabile osservatore, in perenne navigazione, fra le rotte sicure dei suoi miti e i miti, improbabili, del nostro tempo, al punto da insinuare ancora un’ultima riflessione: le figurazioni di Mytho’s Portraits sono ritratti o l’insieme di più autoritratti?